Un viaggio avventuroso in Sudafrica, a bordo di un camioncino fornito di cucinino e tende da campeggio, per avvistare gli animali del Parco Kruger. Ecco, per una persona come me, abituata alle comodità e con la fobia di cimici e piccioni, direi che il programma di viaggio inizialmente mi preoccupava un po’. Invece, come avrete modo di leggere nelle prossime righe, ho avuto modo di ricredermi!

Arrivata a Johannesburg alle prime luci del mattino, incontro i miei compagni di viaggio e salgo sul "truck", il mio mezzo di trasporto per i giorni successivi. Destinazione: Hazyview, a pochi km dall’ingresso dal Phabeni Gate, che da accesso al Parco Kruger. La prima notte soggiorniamo qui, in un lodge immerso nel verde, tra piantagioni di lime, banane, caffè e zenzero. Una bella dormita e si entra nel vivo dell’avventura, due giorni alla ricerca degli animali del parco Kruger: zebre, giraffe, elefanti, rinoceronti, impala, facoceri e persino un leopardo ben mimetizzato tra le sterpaglie. Un gran bel colpo!

Il quarto giorno cambiamo zona e intraprendiamo la Panorama Route, una strada che conduce sino alla catena montuosa dei Drakensberg, attraversando scenari mozzafiato. Prima tappa: Bourke’s Luck Potholes, delle cavità rocciose plasmate dallo scorrere dell’acqua, contornate da suggestive cascate. Proseguendo ancora un po’ arriviamo alle Three Rondavels, una conformazione montuosa che prende il nome dalla loro inusuale forma a “rondavel”, ovvero le tipiche capanne africane, di circonferenza cilindrica e con tetto fatto di foglie. Uno spettacolo che si può ammirare da due punti panoramici, uno dei quali offre anche una magnifica vista sul Blyde River Canyon, il terzo Canyon più grande del mondo. Da qui si ha proprio un senso di libertà infinita, ma anche di piccolezza rispetto a ciò che ci circonda.

Trascorriamo la notte nella riserva privata di Balule, che il mattino successivo ci apprestiamo ad esplorare a piedi. Ebbene si, un “walking safari”, senza alcun mezzo ma sotto l’attenta guida dei ranger che ci accompagnano. Rientriamo al lodge prima che si faccia troppo caldo, ci rilassiamo, ascoltiamo la natura, facciamo un tuffo in piscina e poi ripartiamo, poco prima del tramonto, alla ricerca dell’animale che ancora non eravamo riusciti a vedere: sua maestà il leone. La fortuna, questa volta, è dalla nostra parte: ci imbattiamo dapprima in un gruppo di leonesse, delle gattone giocherellone, che non fanno molto caso alla nostra presenza, e poi, non appena si è fatto buio, scorgiamo Mandela, il leone più vecchio della riserva. Accompagnato dai suoi fratelli minori, è intento a ruggire verso il confine della riserva, da dove proviene il suono di un leone rivale. Poco dopo cala il silenzio, i fratelli di Mandela si alzano e iniziano a procedere nella nostra direzione, seguiti a ruota dal grande capo. Qui, devo ammetterlo, non ero proprio tranquillissima. Hanno uno sguardo penetrante, e anche se sai che non devi guardarli non puoi farne a meno. Ci studiano e passano oltre. Panico rientrato. Adrenalina rilasciata. Tutto ok.

Ora è il tempo di concedersi una bella cenetta e una chiacchierata davanti al fuoco, guardando le stelle. Stelle così belle non le avevo mai viste prima. La via lattea ben visibile, la Croce del Sud, Alfa Centauri, Giove e un sacco di stelle cadenti. Un cielo da togliere il fiato, che porterò con me per sempre.

L’indomani ci rimettiamo in strada verso Johannesburg, ma facciamo un’ultima tappa per una visita ad un mercato locale. Scambio due parole con una delle ragazze africane che stavano al banco. Inizialmente intimidita, si è poi sciolta quando le ho detto “che bella questa musica, cos’è?”; mi ha fatto un gran sorriso e ha detto un nome impronunciabile per me. Però si vedeva che era felice di condividere con qualcuno la sua cultura. O magari le sarò sembrata strana io a fare certe domande. Chi lo sa?!

Prima di partire non potevamo farci mancare un rapido giro a Soweto e al Museo dell’Apartheid, per non dimenticare il trascorso di questa gente, che ha sempre il sorriso stampato in fronte, ma che ne ha viste tante, troppe.

Si torna così alla realtà, al comfort, allo smartphone che finalmente prende dopo tanti giorni di inattività. Ma tutto sommato devo dire che offline, nella natura e nel silenzio, a guardare le stelle, non si stava per niente male.

Sara